Bad Trip


«Un bel volo, non c’è che dire…» Commentò la figura finendo di inghiottire il panino… «Di certo il più grande volo che abbia mai fatto… Non che mi sia mai azzardata a farne uno più grande… Tu hai mai fatto un volo del genere?»
«Mmmmmhh»
«Beh, capisco che non sia da tutti una prodezza del genere…» Si vantò pulendosi le dita tra le labbra per non lasciare nulla del suo pasto «Meno male che almeno il fiume mi portò lontana da quello sclerato, non so quanto, ma di certo abbastanza da non farmi risvegliare con lui di nuovo davanti, cosa che mi preoccupava non poco, forse mi feci anche un bel salto da qualche cascata nel viaggio, ma chi se ne frega? Tanto ero svenuta percui…»
Il treno delle undici e mezza la interruppe facendo agitare l’intero scantinato con il suo augusto passare
«Di certo ti starai chiedendo come la presi… Cioè, la morte dei miei, intendo…» Fece la figura pensierosa dopo che anche la finestra ebbe smesso di tremare
«Mmh?»
«Beh, sai, non è che ebbi tutto questo gran tempo… In un paio di minuti mi ero ritrovata orfana, con una gamba sforacchiata da un proiettile, zuppa fino al collo e dispersa in un cazzo di luogo dimenticato da dio, che vuoi che ti dica… C’est la vie»

«Forza Willie! Fai un bello sforzo, che ci sono delle signore che ti aspettano!» Sbraitò un tizio non troppo vispo di intelletto, rivolgendosi al pezzo di carne che gli ciondolava tra le gambe mentre si preparava ad orinare vicino al ciglio erboso di una strada dimenticata da dio. Proferendo versi di dubbio gusto per mostrare il beneficio che l’espletazione del bisogno fisiologico gli portava, l’uomo si guardava attorno, cercando una improbabile ispirazione dal paesaggio immerso nella luce della sera che lo circondava… Fu solo mentre stava richiudendo la lampo dei pantaloni che il suo sguardo non troppo vispo, già da tempo fisso su una protuberanza sul ciglio del fiume, si convinse che tale stranezza non aveva origine naturale; con passo da pinguino si diresse sulla sponda del fiume e si chinò sulla massa zuppa d’acqua e con grande sforzo la esaminò. Gli ci volle un po’, ma infine credette di intuire che c’erano dei vestiti ed il suo lento cervello collegò questo al fatto che quello che li riempiva doveva essere un corpo umano…
«Che mi prenda un colpo!» Esclamò l’uomo «Ehi dico! Stai bene?» Chiese ad alta voce mentre rigirava il corpo e dimentico di una qualunque lezione di pronto soccorso schiaffeggiava la figura per farla riprendere. Anche il suo ridotto materiale cerebrale non dovette fare un grande sforzo per riconoscere delle forme femminili in chi gli giaceva ai piedi e la cosa non poté che portargli grande scompiglio «Oh Porco diavolo! Guarda qui che popò di roba che mi ha scodellato il fiume…Ohi! Che passa dolcezza? Non è mica l’ora di fare il bagno!» Informò il bifolco credendo di essere divertente, ma dalla ragazza non ci fu risposta «Beh, diamine, per me puoi fare quello che ti pare con quei due meloni che ti trovi davanti… Non ti spiace se favorisco, vero?» L’unico rumore che gli ripose fu quello del fiume che continuava a scorrere imperterrito «Beh, allora come si dice… Chi tace acconsente, io mi servo da solo…» disse mettendo una mano sulla coscia della ragazza e carezzandola avidamente, scendendo un poco per pregustare meglio il momento di quando sarebbe salito, ma la sua mano incontrò un buco nei calzoni poco sotto il ginocchio e la gamba si contorse con un riflesso condizionato facendogli togliere la mano come un ladro colto sul fatto e, quando il segnale di dolore raggiunse il cervello, Sara fu scossa da uno spasmo tremendo, seguito da un grido roco e strozzato, prima che cominciasse a tossire sputando l’acqua che quasi la soffocava. I colpi di tosse si protrassero per un poco, poi si mutarono in un basso e terribile lamento, mentre gli occhi rimanevano socchiusi, in uno sguardo tra la veglia e il sonno, di certo non in grado di connettere…
«Oh, cazzo! Sei fatta di brutto bellezza! Che roba prendi per conciarti così?» L’uomo davvero sperava di avere una risposta, che ovviamente non arrivò, ma in compenso al suo minuscolo cervello giunse l’informazione della strana sensazione che aveva alla mano, cosicché potesse guardarla ed annusare lo strano liquido che c’era su di essa «Oh Gesù santo! Ma questo è sangue!» Abbassò lo sguardo incredulo verso il foro nei pantaloni e li vide intrisi di sangue «Oh merda secca! Ma ti hanno sparato! E io che stavo per… Oh, scusa tanto piccola! Mi credevo che eri fatta come una scimmia, mica che…» Asserì come se quella potesse essere una scusa valida «Beh, che si fa in questi casi? Mi sembra che dicano di non muovere il ferito… O quello era solo quando hai le ossa rotte? Bah, comunque qua se ti mollo come sei mi sa che tiri le cuoia…» Decidendo per la soluzione numero due, il poco di buono la sollevò e la portò verso il suo furgoncino, adagiandola sui sedili posteriori. Montato alla guida e dato il via al motore, ingranò la seconda e si diresse in fretta giù per la strada
«Non ti preoccupare, signorina, ora ci pensa il vecchio Earl, ti porto giù da Rosa, lei saprà cosa fare, diamine, sa sempre cosa fare, Rosa…» Gli occhi di Sara erano ancora dischiusi in quella poco convincente espressione assolutamente febbricitante, ancora priva della capacità di connettere, sdraiata sul sedile posteriore, sentiva vagamente il vociare dell’uomo e il ronzio del motore, mentre tutte le sue membra doloranti sentivano la culla delle sospensioni un po’ vecchie del pick-up e, senza nemmeno provare a muovere un solo muscolo, perché le avrebbe fatto troppo male, tentò di adattarsi alla posizione, mentre il suo cervello annaspava negli occhi liquidi persi nella visione del sangue e di quel volo terrificante, sentendo addosso ogni goccia del fiume e ogni roccia contro cui aveva sbattuto…
«Cavolo sei fortunata ad essere conciata così, lo sai?» Fece l’uomo con un insano tentativo di vedere un qualunque aspetto positivo nella situazione di lei «Cioè, voglio dire, se non fossi conciata così male… Sì, cioè lo sai cosa voglio dire, no? Cioè, perché il vecchio Earl non è mica un finocchio, e, cioè, te l’avrei data volentieri una ripassatina quando ti ho visto lì distesa, cavolo voglio dire, te lo ha mai detto nessuno che fai davvero sesso?»
La mente sconvolta di Sara cominciava a riallacciare i primi ponti con la realtà, cosa che forse non le tornò poi così utile, come scoprì quando si ricordò della carneficina nel bosco e rivide il corpo straziato del fratello davanti a lei… Anche piangere le faceva male, mentre il diaframma squassava il petto con singhiozzi che andavano ad incidere sulla sensibilità delle costole di cui qualcuna era certo incrinata, ma a quei pensieri, le lacrime sembravano l’unica reazione a lei disponibile in quel momento di tanta impotenza…
«E… Ehi, che fai? Non starai mica piangendo?» chiese Earl convinto, forse in un barlume di intelligenza, di aver detto un po’ troppe cazzate tutte in una volta «Cioè, cazzo, scusa! Io non volevo dire che… Cioè, cazzo, non l’avrei mica fatto sul serio, voglio dire… Cazzo, volevo solo dire che sei un gran bel pezzo di donna, tutto qui…» Ma, prevedibilmente, i singhiozzi di Sara non si attenuarono, così come il suo lamento.
Il furgoncino fermò la sua corsa bloccando le ruote, sgommando leggermente sulla ghiaia dello spiazzo che si apriva di fronte a una serie di edifici in legno; Earl scese di fretta dal mezzo e con voce roca chiamò senza curarsi dei decibel
«Rosa! Rosa, vieni giù! Corri che qui c’è bisogno di te!!» Una donna ben truccata, sui quaranta scarsi, si affacciò da una balconata, in legno ovviamente: era vestita sicuramente non come chi aspetta visite, indossando quello che sembrava un incrocio tra una camicia da notte e un lungo vestito messicano dai molti colori.
«Earl! Che il diavolo ti porti! Che cavolo hai da sbraitare a quest’ora della sera?!» Replicò la donna con altrettanta noncuranza nel tono
«Vieni giù, Rosa! Ho qua un ferito che ha bisogno di cure! Se non si fa qualcosa in fretta, mi sa che ci lascia la pelle!»
Con qualche imprecazione e sperando di non dover scendere per un’altra delle sbronze di Earl, la donna rientrò nella porta finestra e imboccò la rampa di scale discendente e in men che non si dica, ricomparve davanti all’entrata dell’edificio, risistemandosi lo scialle che minacciava di caderle dalle spalle
«Allora, Earl, dov’è che ti sei ferito? Fa vedere…» Disse passando in rassegna l’uomo, cercando di aguzzare la vista nella tenebra della sera e stropicciandogli la lercia camicia alla ricerca delle lacerazioni
«Ah, non sono mica io, il ferito!» Replicò lui risistemandosi, mentre si voltava, il berretto sul capo «É lì di dietro, Rosa…» Lei si sporse a guardare dentro i finestrini, raffazonandosi di nuovo lo scialle in quel gesto nervoso, quasi febbrile. Per qualche istante vide solo un mucchio di stracci disteso sul sedile e maledisse Earl che, ubriaco, doveva aver tirato su un altro cane bastardo, ma poi i suoi occhi si abituarono meglio alla luce e poté capire che quelli rossi non erano la pelliccia del bastardino, ma i capelli di Sara, fu allora che lo sguardo lasciò l’espressione del ghiro distratto dal suo letargo e spalancò gli occhi incredula ed allarmata
«Oh, sant’Iddio! È una ragazza!» Aprì lo sportello di corsa e si sporse a guardare Sara che per tutta risposta voltò il capo, ansimante per il dolore, il pianto non ancora svanito, ma solo sommesso, per incrociare uno sguardo che comunque non poteva vedere «Earl!» Gridò la donna riportandosi fuori dall’abitacolo «Che diavolo hai combinato?! Si può sapere che le hai fatto?!»
«No, no, Rosa! Io non c’entro, lo giuro, l’ho trovata vicino al fiume, qualche chilometro da qui! Devono averle sparato, ha un buco in una gamba! Guarda se non ci credi! Io mica ce l’ho una pistola….» Lo sguardo della donna si fece severo ed indagatore «No, Rosa, guarda che dico sul serio, non l’ho neanche toccata, io… Cioè, a parte per metterla sul furgone, si intende…»
«Sarà meglio che lei mi dica la stessa cosa se si riprende, Earl… Molto meglio… Adesso tirala su e portala di sopra! E fai piano, mi raccomando…»
«Quanto sei sospettosa, Rosa…» protestò l’uomo chinandosi dentro all’abitacolo per estrarre il corpo di Sara «… Se ti dico che non l’ho toccata, perché non devi credermi?… Cioè voglio dire, che ragione avrei io per…» A Rosa bastò un’occhiata al corpo anche malconcio di Sara per poter trovare quella ragione che a Earl pareva tanto incomprensibile e per fulminarlo con un’occhiataccia ammonitrice… «Va beh, lo ammetto, le ho messo una mano su una coscia, ok, ma che sarà mai! E poi come facevo se no a capire che era ferita, giusto?!» Spifferò lui, troppo lento per sopportare anche solo quel tipo di interrogatorio
«Guarda Earl, è meglio che stai zitto…» Lo redarguì lei, per poi passare a tentare di comunicare con Sara «Come stai piccola, mi senti?»
«Uuuuuhng» Fu l’unica cosa che riuscì a proferire la ragazza, incapace di ogni pensiero coerente.
«Forza, facciamo in fretta!» Intimò la donna, mentre salivano le scalinate in legno che portavano al primo piano. L’uomo ubbidì senza scelta e seguì Rosa fino a una camera da letto piuttosto povera, dove Sara venne adagiata sul piccolo letto «Vai di sotto e fatti dare la cassetta del pronto soccorso da Bob e fai mandare su un paio di ragazze, dobbiamo fare in fretta! E non voglio che nessun maschio si avvicini nel raggio di un chilometro, capito?!» Ordinò con il tono di chi è abituato ad essere obbedito seduta stante, mentre di fatto Earl era già sui suoi passi per il pian terreno.

Di lì a poco persi di nuovo i sensi, non avevo una gran voglia di rimanere sveglia in quel frangente e poi piangere tanto, specie dopo un bel volo in un fiume selvaggio, ti toglie tutte le energie e ti fa venir voglia di chiudere gli occhi… Credo di essermi svegliata un bel po’ di giorni dopo…